Sembra già storia di ieri, la crociata del telelavoro con tutti
i suoi slogan, i massimalismi, ma anche il valore di una sfida. La diffusione
di Internet, le dot.com e le ristrutturazioni delle aziende tradizionali
sulla spinta dell'ambigua ideologia della new economy hanno reso passatista
il termine nell'arco di una stagione. Parlare di "telelavoro" per uno
che ne ha scritto e ne ha insegnato fino a ieri fa già tenerezza,
come ricordare la casa della nonna. Dove voglio arrivare, però,
non é cosí chiaro neppure a me. Non certo ad affermare che
quell'idea fosse sbagliata. Neppure che non si sia realizzata o che abbia
deluso. Nemmeno a dire che il mondo l'ha già assorbita e superata,
anzi. Di telelavoro ne si é realizzato molto meno di quanto sarebbe
stato necessario e gran parte di ciò che é stato fatto é
costituito da progetti parziali. In fondo, lo si é già detto,
a dispetto di tutte le definizioni il concetto stesso di telelavoro é
ambiguo. Proprio come la "formazione a distanza" può essere fatta
con materiale cartaceo e nel piú convenzionale dei modi, molto
"telelavoro" altro non é che lavoro domestico supportato da computer,
possibilmente in rete; si é usato il cosidetto telelavoro per rivisitare
il lavoro nero, quello che le nostre mamme o nonne facevano a casa e senza
computer e per lo stesso pezzo di pane: new economy!
Insomma, come hanno detto Paolo Ceri e il suo gruppo di ricerca, il
telelavoro é un fantasma dai mille volti. Si va dai venditori con
il notebook alla mano ai letturisiti che a fine giornata tornano in ufficio
o in dei centri condivisi per riversare sui server o via modem il consuntivo
della giornata; si passa alle centraliniste che fanno assistenza o call
service a casa o i tecnici che seguono sistemi elettronici
di piú sedi in remoto; fino ai professionisti di grandi
società di consulenza che forniscono il supporto richiesto collegandosi
in rete dalla villeggiatura attingendo ai centri informativi o che forniscono
supporti in parallelo mentre stanno lavorando da altri clienti.
Quello che é effettivamente cambiato non sta nelle formule contrattuali
o nelle tecnologie in sé e per sé. Chi non é piú
lo stesso e può riconoscersi sempre meno nel modello di lavoro
a cui fa riferimento il concetto di telelavoro é il soggetto, soprattutto
la persona ma anche l'organizzazione. L'idea di lavoro si basa su quella
di un contratto che, come il matrimonio, é un rapporto suggellato
da continuità e garanzie e da una qualche forma di stabilità,
di individuabilità delle parti e dei luoghi. Tutto questo va cambiando
per fare posto alla volatilità, ai contratti temporanei, alle società
di ventura. Nel lavoro ci si va ad identificare sempre di meno: o perché
si fa tanto, troppo e un pò di tutto quello che capita pur che
faccia soldi, o perché si preferisce lavorare sempre meno e alla
fine dare un po' piú di tempo alla propria libertà,
anche al prezzo di non poche rinuncie
economiche. .....
Qualche giorno fa ho incontrato un vecchio compagno di liceo in edicola.
Dopo gli amarcord di rito, siamo come da copione passati all' "adesso
che fai?" e cosí ho scoperto che aveva lasciato una florida ma
alienante carriera in banca per gestire alcuni portafogli di conoscenti
e vecchi clienti, oltre al suo personale. "Con questo me la cavo
é ho tempo per me". Si era separato da anni e vedeva periodicamente
i figli, mentre "forse" aveva ancora una fidanzata a Cuba. Internet ce
l'aveva da poco, ma intendeva impararla, anche se per ora non lo sentiva
ancora tanto pane per i suoi denti.
Secondo la legge dello "io speriamo che me la cavo", é chi trova
la soluzione migliore che fa l'affare migliore: chi "c'é e non
c'é", chi non ci crede troppo pur essendo un po' in tutto, chi
non crede nella fedeltà del prossimo, soprattutto se si tratta
di un affarista o di un imprenditore neoeconomico. Insomma, chi può
perché ha le competenze e le conoscenze e non é troppo vecchio
per imparare a usare strumenti nuovi può passare dalla greppia
del telelavoro alla latitanza remunerata del "lavoro mobile". PDA e cellulare
evoluto alla mano un po' del finto inglese managerialese, conoscenza perfetta
della mappa e discreta su come muoversi nel territorio, molta scaltrezza,
conoscenza dei trucchi del mestiere e nessuna affezione per i compagni
o i fornitori di lavoro sono le caratteristiche del professionista di
successo oggi. Il lavoro, insomma, non ha piú un luogo e un orario,
ma se si sa usare al meglio questo assioma si può finire per guadagnare
meglio pur disponendo di un tempo libero complessivamente maggiore, intervallato
da continue incursioni lavorative.
Se non c'é piú un luogo di lavoro, non tanto un luogo
vicino, ma nemmeno uno lontano, non c'é neppure un luogo "fuori
dal lavoro" e se non c'é un tempo di lavoro, non c'é neppure
un tempo extra-lavorativo. Come un uomo ombra, senza sicurezze che non
risiedano in se stesso, il lavoratore mobile non si lascia intercettare
facilmente: "non mi chiami se non per necessità: la cercherò
io" lo può dire perché ha la situazione sotto controllo
e questo perché ha un metodo leggero ma robsto ed efficace e un
po' ovunque riesce a risalire alle informazioni che gli servono, a monitorare
i sistemi e a intervenire senza comparire. Si rende indispensabile perché
ci sa fare senza spiegare o farsi vedere; ha informazioni strategiche
e risolutive, ma non diffonde a nessuno il suo sapere e non ne lascia
traccia, meno che mai a clienti e collaboratori. Ciononostante é
invece molto generoso delle informazioni non strategiche e le diffonde
a tutti, facendo credere che siano quelle le conoscenze risolutive, cosí
quando un altro ci proverà invano sembrerà che senza il
savoir faire non si possa riuscire.
Forse a qualcuno non piacerà tutto questo, ma quello di oggi
é un mondo sempre piú veloce e chi può é sempre
piú spietato, cosí se anche vuoi uscire dal giro senza farti
distruggere dovrai depistare e dissimulare: in una parola, essere mobile.
Piccolo, penetrante, competente, veloce e leggero: questi sono gli attributi
che hanno reso presto superato il telelavoro e che lo trasformano in qualcosa
di piú funzionale e talora vincente: il "non-lavoro mobile a tempo
pieno".
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