Nuovi spazi virtuali
di Ennio Martignago

C'era una volta un'espressione che stava sulla bocca di tutti, anche di chi non ne conosceva il significato, e che da un po' d’anni non si sente più circolare. Pare che "spazio virtuale" (nella sua versione fantasy altrimenti detto cyberspazio) abbia stufato. Eppure non mi sembrava così impropria: da Kant ad oggi la nozione di spazio attiene al dominio della mente umana e in quanto tale è soggetta a cambiamenti. Spencer-Brown esprime un concetto simile quando sostiene che se l'universo si espande è perché i nostri telescopi vanno cambiando. Il fatto che si parli di "architetture" di rete dimostra che anche i tecnici, generalmente allergici alla poesia, percepiscono questa spazialità. I "forum", le "conferenze", i "siti" sono alcuni esempi di come sia da sempre venuto naturale ai frequentatori di Internet individuarvi una dimensione spaziale, abitativa: un vero e proprio habitat ricco di ambienti favorevoli per edificare (si "costruiscono" i siti), spostarsi, frequentare, collaborare. Questo è quello che molti si aspettavano dalle Intranet aziendali.

Che cosa hanno avuto, invece? Piattaforme, applicativi, oggetti, informazioni... La percezione della persona e delle sue relazioni, così importante nei rapporti di lavoro, come in quelli educativi è completamente scomparsa e, in genere, i "portali" che dovrebbero aprirsi a corti e regge, sono troppo spesso spogli e tristi elenchi notarili controintuitivi e assolutamente "inabitabili". La formazione ha bisogno di un suo spazio, di un "setting", ben più che di nozioni, contenuti, indici. Ha bisogno di un ambiente confortevole che favorisca lo scambio fra persone: non è un citofono, ma un salotto, un caffé o un'osteria. Si basa sul valore della convivialità che sta alla base dell'esperienza di collaborazione e condivisione.

Ray Ozzie sa tutto questo fin da quando, dopo l'esperienza pionieristica di Plato, ha dato vita a Lotus Notes, il primo e fin troppo precoce prodotto volto alla collaborazione di gruppi di lavoro (il cosiddetto groupware), che poi ha generato condivisione fra unità, fra imprese e così via. Senza Notes non sapremmo che cos'è Outlook o Groupwise. Da qualche anno Ozzie sta lavorando a un nuovo concetto di spazio condiviso che ha battezzato, come una condizione di vita o una musicalità, Groove, giunto da poco alla versione 2.0. È anche il primo prodotto basato sulla tecnologia P2P a cui Microsoft (che peraltro non smette di puntare su Outlook) abbia cooperato, anche se solo finanziariamente.

La scommessa è stata immediatamente ripagata da Ozzie, che ha reso il suo prodotto perfettamente integrato con la tecnologia XP e con gli standard XML (e SOAP) adottatti da tutti i nuovi prodotti di Redmond. A questo punto, con la presenza di Windows nelle aziende, il favore rivolto a Groove e la bravura dei suoi creatori, non ritengo azzardato pensare ad un prossimo futuro in cui quello che non è riuscito con il progetto di Active Desktop (una scrivania che fosse già in sé lo "spazio virtuale") possa realizzarsi con questo programma dalle tante promesse. Con Groove, a partire da un’unica interfaccia, si può accedere ai principali strumenti e applicativi, sia della workstation, che della rete, con la possibilità di condividere con altri progetti, lavori, cartelle, agende ed altro ancora. Non mancano gli strumenti tradizionali di Internet, dal browsing alle conferenze scritte, audio e video, accanto al weblogging, all'instant messenger e all'ovvia e-mail. Concettualmente questo prodotto non è molto lontano da altri strumenti P2P, come ICQ e il messenger di AOL o MSN, ma a fare la parte da leone è la spiccata vocazione all'ufficio e all'integrazione in un ambiente uniforme e univoco che mira a sostituirsi ai tradizionali desktop, finendo per mascherare il più possibile il fatto che si stia lavorando in e con un computer.

Insomma, lo "spazio virtuale" avrebbe finalmente un contorno e il suo principale limite potrebbe essere la mancanza di profondità e la necessità di schermi di grandi dimensioni.
Groove University

Se è stato detto che l'e-learning, più che un mezzo per fare formazione, rappresenta un forte collegamento fra l'impresa, la sua cultura, l'apprendimento e il lavoro condiviso, Groove potrà essere il primo "solco" in cui tutto ciò potrà rendersi possibile, magari un domani e con progetti ancor più immediati. Una nicchia formativa in coincidenza con quella del gruppo di lavoro; la concomitanza di informazioni comuni e di comunità di pratiche con la quotidianità operativa o con le criticità delle scelte. Non occorrerà passare da un programma all'altro perché tutto sarà simultaneo e ci sarà una naturale fluttuazione delle attività e dei processi, senza traumatiche interruzioni o compartimenti stagni disciplinari.

Potrà spaventare il sovraccarico informativo o una certa confusione in quello che si sta facendo e probabilmente non sarà uno strumento per tutti, ma, almeno agli inizi, soprattutto per i business individual, come li chiama Ozzie, ovverosia i consulenti interni o gli imprenditori di se stessi. Personalmente ritengo che uno dei primi concreti risultati lo potrebbe avere inventandovi la prima aula virtuale privata che sia, nello stesso tempo, il proprio studio personale, la stanza del seminario o il luogo per il ripasso con i compagni. Una grande opportunità per un setting di e-learning che superi le rigidità delle piattaforme e dei corsi, mutando in learning organization, al traino dell'intraprenditoria di professional originali, in una marcata riduzione di ruoli ed etichette: una relazione sempre più spontanea e paritetica, perché all'occorrenza indifferente verso età e sesso, livello gerarchico e ideologie. Rispunta dalla finestra del management un po' dell'ideologia degli anni '70 e, con essa, un ritorno al rinnovamento dell'educazione.

25 maggio 2002
©ItaliaOggi.it 19-8-2002

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