L'e-learning funziona con i contenuti attuali
di Ennio Martignago


"Ogni uscita del New York Time contiene un numero di informazioni superiore a quelle che una persona del 17° secolo avrebbe letto in tutta la vita. Ogni anno ci sono abbastanza informazioni scientifiche da tenere una persona occupata a leggere notte e giorno per460 anni. Negli ultimi 30 anni abbiamo prodotto più informazione che nei precedenti 5000. L'ammontare dell'informazione scientifica arriva a raddoppiare se stessa ogni 15-20 anni. Ogni giorno nel mondo vengono pubblicati più di 1000 libri. Ogni giorno il web sforna 7 milioni di nuovi documenti, laddove ne mette fin d'ora a disposizione 550 miliardi. Il mondo produce ogni anno fra 1 e 2 exabyte (Pari a 1,152,921,504,606,846,976 di byte), corrispondenti a 250 megabyte per ogni uomo, donna e bambino della superficie terrestre". Questi dati sconcertanti, sufficienti a scoraggiare chiunque si accinga a produrre ulteriori contenuti destinati alla carta, al digitale o a qualsivoglia altro supporto esistente ci vengono forniti nel suo ultimo lavoro, Content Critical (scritto con Rob Norton), proprio da Gerry McGovern, la personalità attualmente più impegnata nel content management. Si tratta dell’approccio alla rete orientato ai contenuti che in essa vengono veicolati e al modo migliore per farlo. Dietro a questo termine si nascondono diverse accezioni e spesso i confini con gli altri approcci vengono tracciati in maniera molto arbitraria. Fatto sta che proprio alla gestione dei contenuti stanno guardando quelli che si occupano di distribuire l’e-learning.
L’implicazione più forte di questa tendenza è la traduzione di quello che fino ad oggi si intendeva distinguere dalla comunicazione-informazione, perché attinente al dominio dell’apprendimento, in oggetti di contenuto trasmissibili, condivisibili, conservabili, riutilizzabili, ricomponibili, aggregabili, insomma, ben al di là della motivazione per cui sono stati pensati.
Allora che differenza ci sarebbe fra un corso e un articolo? Nessuna! Tutt’al più questa dipende dalle finalità di chi vi accede.
Il fatto è che, se i dati di McGovern impressionano solo pensando in prospettiva mondiale, se dovessimo aprire la scatola di Pandora dei contenuti di un’impresa anche di medie dimensioni occorrerebbe più tempo a mettere ordine di quello adoperato per lavorare; e il peggio è che, mentre si organizzerebbe il pregresso, se ne continuerebbe a generare una quantità notevole di nuovo; ma quello che fa abbandonare del tutto le residue speranze è il fatto che, una volta inserito il tutto negli scomparti predefiniti, è molto probabile che, in seguito alle necessità del mondo che si muove, i criteri di organizzazione delle conoscenze aziendali si andranno ulteriormente modificando.
Questo ci porta ad una prima affermazione che sicuramente troverà ampio disaccordo in molti operatori del settore: l’unica conoscenza utile è quella che si dà nel farsi, perché quella inattuale che nessuno sta usando ora può essere considerata, al più, “documentazione” e quindi trattata con criteri del tutto diversi.
Questo comporta però anche che, nel momento in cui nessuno usa i contenuti distribuiti e in mancanza di condivisione, non si abbia conoscenza. Da qui nasce il problema di promuovere i contenuti perché siano attuali, ovverosia vengano “agiti” - nel nostro caso dalla popolazione aziendale - se non si vuole che l’intera operazione, sia che la si voglia di knowledge management, sia di e-learning o altro, sia uno spreco, quando non un boomerang.
Il problema che si stenta a mettere a fuoco è l’importanza e lo scarso dibattito sulla dimensione del contesto e quindi sul veicolo su cui s’innesta un progetto di e-learning. È necessario coinvolgere le persone dentro e fuori del web, costituendo delle comunità che non siano solo virtuali (ad esempio le comunità professionali o, più in generale, verticali); proporre un costante travaso fra lo stimolo informativo e l’occasione di approfondimento conoscitivo; sapere animare il confronto, coinvolgendo vertice e base nel dialogo anche in modi inconsueti e scarsamente protocollari.
Nelle questioni di conoscenza in rete quasi sempre perderà chi applica i breviari dei consulenti in serie e degli accademici senza personalizzarli criticamente. Vincerà sempre chi meglio sa generare prossimità con le persone, flessibilità di contesti, condivisione agita di contenuti nelle maniere più sobrie e dinamiche che la cultura di destinazione sarà in grado di accogliere.

©ItaliaOggi.it 3-6-2002

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