di Ennio Martignago
Sarà di 10,3 miliardi di dollari la fetta del mercato formativo che secondo Sam S. Adkins, ricercatore dell'osservatorio di Brandon-Hall, verrà consumata per l'e-learning negli USA durante il 2002. Probabilmente questa stima non tiene conto delle ultimissime flessioni, ma rende l'idea di un mercato che rimane fiorente, nonostante i tanti dubbi e i cambiamenti di scenario degli ultimi mesi.
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Osservando i grafici, quello che colpisce è lo scarto fra i committenti di e-learning e quelli del mercato complessivo dell'education statunitense. Dei quasi mille miliardi di dollari spesi nel 2001 per l'apprendimento, circa due terzi vanno all’educazione scolastica (389 per Elementari e Secondarie e 261 per Superiori e Universitarie). Del rimanente terzo, “solo” 65 miliardi di dollari provengono dal mondo degli affari.
Se invece andiamo a vedere i grafici dell'e-learning, notiamo che pressoché la metà proviene dalle imprese e solo un terzo (equamente ripartito fra i due livelli) dal comparto educativo scolastico.
Poco meno del dieci per cento della formazione aziendale USA è realizzata in un’e-learning che incontra invece una significativa area di resistenza nel mondo dell'istruzione. Potremmo inoltre stimare che, se dovessimo distinguerle dall’educazione privata, le resistenze all'informatizzazione nella pubblica istruzione statunitense sarebbero tanto alte da confortare ampiamente le nostre scuole.
Questi risultati sposerebbero in pieno la diffidenza dimostrata dal Clifford Stool di Confessioni di un eretico high-tech, che nel 1999 sosteneva potessero esserci investimenti per la scuola migliori dell'informatizzazione, mentre diffidava dal lasciare pensare che lo studio sul computer potesse essere una scorciatoia rispetto a quello tradizionale. “Lo studio è fatica, e l'assimilazione delle conoscenze non può essere abbreviata dai computer”. L'adeguatezza degli edifici scolastici, il numero e la qualità degli insegnanti, i problemi sociali come la violenza e la povertà, il respiro culturale... queste sono per Stool, fra le tante, alcune delle questioni cruciali dell'educazione oggi che valgono la pena di essere affrontate con adeguati investimenti.
Così, seppure abbiamo molto da imparare da tanti paesi europei, la media degli istituti scolastici pubblici in Italia è probabilmente meno disastrata di quella d’oltre oceano. Lo stesso vale per gli insegnanti che, seppure da una recente ricerca <http://www.aie.it/Allegati/News/Indagine%20Aie-Iard_Presentazione%20Ted.pdf> presentata a Genova al salone delle tecnologie per la didattica, TED, non figurino certo fra le stelle del firmamento dell'aggiornamento tecnologico, hanno capacità didattiche medie sicuramente superiori alla cultura istituzionale in cui operano.
Tuttavia questi elementi sollevano in me alcuni quesiti:
- Se una salita vista dal basso è una discesa, sono da prendere sul serio le opportunità di business che gli analisti USA ravvisano provenire dal settore scolastico (e da quello governativo) per l'anno in corso?
Visto che in genere possono contare su un fattore inerziale di almeno un anno rispetto ai trend USA, i produttori di e-learning nostrani avrebbero qualche pensierino da farci su. La nostra PA si sta invece già muovendo con un posticcio anticipo, promuovendo joint-venture fra operatori istituzionali e imprenditoriali per la formazione in e-learning dei propri dipendenti e dirigenti. Quanto spazio rimane nella scuola? Gli stanziamenti, fra Europa e Governo sono altissimi, ma richiedono anche una capacità di organizzazione e una serietà progettuale superiori a molti dei piccoli operatori. Così l'occhio dei "big" USA sta scendendo sulla nostra scuola che, in assenza di alternative di ampio respiro, può correre il rischio di lasciarsi colonizzare da prodotti discutibili, perché pensati in serie e per altri contesti, ma strutturati in modo tale da dare garanzie agli amministratori.
- Come intende muoversi l'imprenditoria italiana?
Da sempre la Confindustria lamenta che alla formazione ci dovrebbe pensare la
Scuola, e non l'impresa, e c'è chi suggerisce che la via dell'istruzione privata
sia l'unica soluzione. Questo non è evidentemente vero, anche se sicuramente
una gestione meno autocentrata del corpo insegnante potrebbe fare miracoli.
Non si può evitare di domandarci come mai, se le cose stanno così, non esista
un progetto imprenditoriale che raccolga l'offerta istituzionale. La gran bagarre sul falso problema dello skill shortage
ha portato in primo piano una complessiva perdita di capacità d’analisi e di
pianificazione professionale e formativa in un panorama imprenditoriale sempre
più culturalmente impoverito, compresso com'è sul fronte speculativo e finanziario.
- Siamo sicuri che il vero problema dell'e-learning a scuola sia di matrice ideologica o tecnologica?
C'è molto meno bisogno di tecnologie e di competenze sui PC di quanto ce ne sia in capacità di progettare e governare processi formativi, per portare l'e-learning in modo corretto a scuola. A dire il vero non occorrono poi neppure così tanti soldi e forse i genitori sarebbero soddisfatti nel vedere sostituito lo sperpero in sussidiari con l’acquisto di un computer portatile economico. Il danno per l'editoria scolastica potrebbe essere compensato dall'ingresso di un mercato meno asfittico, con la fornitura di prodotti per le reti scolastiche.
Credo infine che la vera preoccupazione nella scuola potrebbe provenire dalla trasparenza della rete aperta per un lavoro, come quello dell'insegnante, oppresso fra una cultura professionale ostile al confronto e alla valutazione e la scarsa considerazione, economica e professionale, di molta parte dei gestori e dei fruitori. La possibilità di una valutazione reciproca potrebbe essere ancor più temuta di quella ministeriale, perché costringerebbe a confronti da sempre raffreddati nel corpo insegnante, un gruppo professionale dove individui di alto valore vengono neutralizzati da un amalgama istituzionale ideale per la moltitudine indifferenziata degli insabbiatori.
Mi rendo conto di avere sbagliato qualcosa, perché qualcuno potrebbe pensare che tenda a dare l'impressione di un gioco collusivo di accuse reciproche finalizzate a un mancato cambiamento in cui ci sarebbero dentro tutti, amministratori pubblici e privati, professionisti e clientela.
Per questo preciso: non può certo essere così!
Non lo è, vero?