Il contributo dell’informatica alla formazione
di Ennio Martignago

 
 

 

Teledidattica e apprendimento (parte 1)

Questo vuole essere il primo di tre articoli con cui iniziamo a proporre alcune considerazioni sui contributi degli strumenti informatici e telematici all’apprendimento allo scopo di precisare gli obiettivi e il modello concettuale con cui opera il Laboratorio Sistemi di Apprendimento, un gruppo di lavoro sperimentale che all’interno della DDPIV sta realizzando progetti quali la teledidattica e le stesse risorse intranet che state utilizzando. Se nel terzo articolo approfondiremo le questioni dell’apprendimento che si realizza tramite la messa in comune della cultura e della prassi organizzativa e di lavoro con il supporto delle nuove tecnologie, in questo e nel prossimo prenderemo in considerazione lo specifico argomento della formazione nella nostra azienda.

      Missione Impossibile

Il concetto di formazione è - in fondo - di recente acquisizione. Nelle organizzazioni questo spostamento concettuale ha coinciso con un’apertura alla possibilità di insegnare, non solo le tecniche, ma anche la "saggezza" culturale, nella gestione aziendale: un obiettivo che alcuni (P. L. Celli) hanno criticato provocatoriamente reputandolo paradossale, romantico, e il più delle volte impossibile. Nel tempo anche questo modello però ha subito gli effetti di un’inflazione che, come reazione, ha fatto in molti casi tornare indietro l’attività educativa in azienda di almeno vent’anni. Un effetto positivo questa crisi lo ha comunque sortito: quello di ricondurre una certa mistica professionale a concetti meno astrusi e più pratici. Ci si rende conto che la formazione è soprattutto una condizione educativa e quindi legata al trasferimento efficace di conoscenze e di comportamenti.

Generalizzando si possono distinguere le attività formative in relazione ai loro obiettivi come:

  • Rivolte all’addestramento, laddove occorra trasferire conoscenze e prassi che non richiedano analisi critiche o approfondimenti disciplinari;
  • Rivolte all’aggiornamento delle conoscenze, laddove si debba preparare delle persone a competenze complesse che comprendono capacità critiche e conoscenze specifiche e interdisciplinari;
  • Rivolte alla riflessione culturale, come nel caso di interventi che mettano in discussione gli assunti valoriali strategici che muovono le leve più nascoste dell’organizzazione, il suo stile di sopravvivenza e le credenze di chi vive al suo interno (spirito di collaborazione, ambizioni, etica del lavoro e degli affari…).

Anche se all’apparenza alcune prospettive possono sembrare più nobili e complesse delle altre, le cose non stanno affatto così. La professionalità formativa è una questione pratica: delle tecniche teoriche e delle teorie delle tecniche raffinate, ma concrete e non una missione sociale idealizzata ed utopica. Se mai v’è, la complessità sta casomai nella capacità di combinare in maniera armonica e strategica tutti e tre i livelli e questi a loro volta con la vita organizzativa: la comunicazione e il lavoro.

Se da un lato la crisi di questi tempi offre il destro a chi intende squalificare la formazione, dall’altro consente di sperimentare e realizzare esperienze nuove ed efficaci. Le nuove tecnologie, tradizionalmente tenute fuori dalla porta delle attività formative, stanno rientrandovi con nuovo vigore. Alcuni vorrebbero che sostituissero l’apporto diretto della relazione didattica, mentre il loro vero fine è quello di potenziarla. Il professionista dell’apprendimento però deve convincersi che il suo lavoro si realizza ad altri livelli. Che ad esempio il narcisismo del bravo educatore alla Rousseau o le performance carismatiche sullo stile del film L’attimo fuggente fanno parte del passato. Occorre più tecnica e meno protagonismo. Ascoltare meno le lusinghe dei partecipanti e più la voce dell’organizzazione, misurando l’efficacia del proprio operato. Il fatto forse più paradossale è che occorre insegnare questo orientamento a dei committenti che solo all’apparenza si manifestano pragmatici e focalizzati, ma che all’atto pratico sono spesso condizionati dagli indici di gradimento e restii a vedere nella formazione qualcosa di diverso da un fringe benefit consolatorio.

Se si riesce a superare questo livello, buttando giù dal dirigibile queste zavorre pseudo-sentimentali di comodo, si può scoprire che esistono tecniche e modelli operativi in grado di renderci molto più precisi nel lavoro di insegnare e di favorire l’elaborazione conoscitiva per far sì che il fine della professione diventi l’eccellenza nell’apprendimento e nell’empowerment delle competenze e degli stili, in un’organizzazione armonica e focalizzata con efficacia.

      Chi s’informa non sa

Viviamo in una società in cui la velocità è diventata uno dei valori irrinunciabili e discriminanti. Anche se quello che facciamo con il computer non prevede performance particolari, quando andiamo a comprarne uno passiamo sopra al fatto che stia bene con gli altri mobili, che abbia un monitor che non affatichi la vista o che sia ricco di dispositivi supplementari o di memoria: semplicamente chiediamo se è il modello più veloce. Vogliamo sempre l’ultimo programma, anche quando siamo consapevoli che sarà solo peggiore. Abbiamo bisogno di essere presenti dove si svolgono i fatti non accettiamo di sapere le cose tardi. Così non abbiamo tempo per digerire, presi come siamo a divorare. La cultura si basa sulla saggezza, la saggezza sulla conoscenza e la conoscenza sull’apprendimento, sull’elaborazione delle esperienze; le esperienze a loro volta sulle informazioni di cui disponiamo. Se siamo presi completamente nel giogo dell’upgrade informativo, se siamo costretti a correre ogni giorno dietro al "nuovo" non abbiamo tempo per comprendere, ma solo per assumere informazioni e — tutt’al più — applicarle. Oggi come oggi nessun modello formativo può prescindere dall’aggiornamento e quindi dall’acquisizione di informazioni aggiornate. Questa fase va però vista in un equilibrio armonico con quella di sedimentazione culturale. Bisogna destinare al primo obiettivo risorse diverse da quelle del secondo. In azienda occorre fornire un aggiornamento costante tramite riviste e altre forme di comunicazione interna come le risorse telematiche e lo si deve fare sia per favorire la competitività economica che per contrastare l’effetto di rapida obsolescenza delle risorse umane. D’altro canto occorre soffermarsi a lungo sui modi per fare elaborare le conoscenze alla gente e costruire percorsi pedagogici con alti obiettivi di sviluppo della cultura gestionale d’impresa. Occorre cambiare, ma occorre farlo con saggezza.

      Perché usare il computer

Per realizzare una formazione di questo tipo è dunque veramente indispensabile fare ricorso al computer e alle reti? Certamente no. Soprattutto se non si sa esattamente che cosa si va facendo, quali siano i limiti, i vantaggi e le tecniche. Più in generale occorre pensare in maniera sistemica: il computer è un sistema che può funzionare solo in un contesto che lavori come un sistema di ordine e complessità superiori. Non si deve pensare al computer come ad una macchina che riduca la complessità, ma piuttosto che la incrementa governandola, però, meglio e potenziandone gli effetti. Chi pensasse che il computer snellisce il sistema che lo contiene ragiona come chi cercasse di montare il motore di un Jumbo Jet su un VeloSolex. La storia della formazione pullula di fallimenti nell’utilizzo del computer nella didattica (molte esperienze nei CBT, CAI, eccetera… insegnano), così come fu a suo tempo per l’istruzione programmata dell’infelice grande profeta del condizionamento operante, Skinner. Allora perché riprovarci? Perché quei fallimenti non dipendavano tanto dal mezzo, quanto dal progetto. Quello era meccanicistico, questo sistemico, quello escludeva la funzione critica e quella creativa, questo si basa su di esse, quello riduceva al minimo l’apporto della relazione diretta e le componenti umane nello sviluppo dell’apprendimento, questo si basa su di esse, anzi si limita a proclamarsi un complemento didattico e non un’esperienza educativa. La persona assolve il fine educativo seguendo un progetto e un processo educativo, mentre la didattica, intesa come tecnica trasferimento di informazioni e conscenze, ha un programma operativo e fa ampio ricorso a una strumentazione che facilita le sue operazioni. Usare bene un computer facilita l’accesso alle informazioni e lo studio. Non sempre è così e l’uso del computer non esclude né il ricorso alla carta, né momenti di ripasso. Tuttavia, come vedremo, se lo studio con il computer ha di questi limiti, è anche vero che con questo mezzo operazioni creative e non solo di assorbimento sono facilitate come pure lo sono i momenti di dibattito e confronto che possono superare i vincoli del setting didattico tradizionale.

(prosegue...)